15 giugno 2007
Bush inaugura a Washington il memorial alle vittime dei regimi rossi
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Tre Stati per tre popoli ?
Oramai dobbiamo convincerci, nostro malgrado, che nella regione chiamata Palestina non esiste alcuna chance di normalità. La normalità, in quella regione ed in gran parte del Vicino Oriente, è purtroppo la paura quotidiana di dover piangere la morte violenta di qualche parente od amico prima che cali la sera. Che siano attentati come in Israele oppure lotte fratricide come nei territori palestinesi poco importa: l’inevitabilità di dover vivere nell’angoscia lascia tracce indelebili sui giovani e sui bimbi, educa a considerare la violenza come un elemento costitutivo della società, incita all’aggressività.
Facciamo la nostra consueta breve panoramica su una piccola porzione di quanto è avvenuto nell’ultimo mese; ma questa volta cercheremo anche di trarne una conclusione politica.
I rudimentali ma ugualmente micidiali missili che quotidianamente da Gaza vengono lanciati su Sderot hanno fiaccato il morale e la consistenza economica di quella popolazione, che si è sentita troppo a lungo abbandonata dal mondo intero. Un missile su una qualsiasi città dell’occidente farebbe molto più rumore (mediatico e diplomatico) delle migliaia di missili caduti negli ultimi anni su Sderot.
Alla fine di maggio i servizi di sicurezza israeliani hanno impedito a due giovani donne di Gaza di commettere due attentati suicidi a Tel Aviv ed a Natanya: affiliate alla Jihad Islamica, avevano seguito un corso di addestramento ed erano stati forniti loro i certificati medici che avrebbero consentito alle due donne di giungere a Ramallah e da qui di farsi ricoverare in un ospedale israeliano (già, perché in Israele i palestinesi che ne abbiano bisogno ricevono le cure ospedaliere senza bisogno di altro che di un certificato medico!).
Il 31 maggio l’emittente televisiva di Hamas, Al-Aqsa, ha trasmesso la cerimonia di fine anno di un giardino d’infanzia dell’Associazione Islamica di Gaza. Nella trasmissione si è dato rilievo ad uno spettacolo di bambini. Questo era il dialogo, introdotto dal presentatore: “Allah Akbar. Lode ad Allah” (ripetuto 3 volte). “Chi è il vostro modello? Il Profeta” (ripetuto due volte). “Quale è il vostro cammino? Jihad” (ripetuto due volte). “Quale è la vostra più nobile aspirazione? La morte per la gloria di Allah” (ripetuto due volte).
Questa è la routine, anche se i nostri media salvo qualche rarissima eccezione (ricordate Topolino usato per indottrinare i bimbi?) la ignorano.
L’attenzione si concentra quasi esclusivamente, oggi, sugli eventi drammatici che a Gaza contrappongono con inaudita violenza le milizie di Hamas e quelle di Fatah . Ma “la” notizia, quella che forse domani non leggerete sui nostri quotidiani, è che per bocca del suo direttore per il Medio Oriente Sarah Whiston, l’ONG umanitaria Human Rights Watch ha accusato esplicitamente entrambi, Hamas e Fatah, di “violare brutalmente i più fondamentali principi umanitari” fino a compiere crimini di guerra mediante “la volontaria uccisione di prigionieri e di civili”. Non solo HRW ha stigmatizzato l’uso di un veicolo mascherato con insegne della stampa internazionale per compiere un attentato, ma ha riferito che domenica scorsa Hamas ha catturato il ventottenne cuoco di Mahmud Abbas, Muhammad Swairki, e lo ha gettato dal tetto di una casa di 15 piani dopo avergli legato mani e piedi; nella stessa notte Fatah ha catturato un sostenitore di Hamas, Muhammad al-Ra’fati, e lo ha gettato dal tetto di un altro edificio. Altri miliziani sono stati uccisi per strada dopo essere stati fatti prigionieri. Sia Fatah che Hamas hanno usato ospedali di Gaza per nascondersi o come campi di battaglia, con sparatorie ed uccisioni mirate che hanno coinvolto le strutture ospedaliere ed inevitabilmente gli ammalati.
La previsione meno gradita ma più realistica è che Hamas vinca questa guerra fratricida: l’Iran, la Siria e gli Hezbollah libanesi hanno addestrato, armato e finanziato i suoi uomini mentre Fatah non ha potuto contare su tali e tanti aiuti. Il mondo si troverà quindi a dover fare i conti con un territorio, Gaza, governato da terroristi e dedito al terrorismo da un lato e con una entità parastatale – la Cisgiordania - debole militarmente e politicamente ma intenzionata a non rinunciare ai rapporti faticosamente avviati con l’occidente.
La soluzione più coerente sarebbe, a questo punto, rinunciare all’ideale noto come “due stati per due popoli” , divenuto utopico, per aggrapparsi a quello certamente meno allettante ma forse ottenibile in tempi rapidi di “tre stati per tre popoli”: uno stato governato da Fatah in Cisgiordania, in pace col suo vicino israeliano, ed uno stato governato da Hamas a Gaza, predestinato ad una guerra che si potrà concludere solamente con una sconfitta definitiva. Questi due stati palestinesi potrebbero stringere accordi dettati dalla contiguità territoriale e dall’identità nazionale oltre che dal senso di opportunità, fino a federarsi; potranno associarsi ai due vicini Egitto e Giordania , ed aspettare in tal modo tempi migliori per unificarsi. Il terzo di questi “tre stati per tre popoli”, Israele, potrà a sua volta vivere in pace con chiunque accetti il suo diritto ad esistere e ne rispetti la sicurezza e sovranità (come già sta facendo) e divenire partner economico e culturale di chiunque lo voglia.
* * * * * * *
Prima di concludere aggiungiamo altre due notazioni che possano aiutarci a capire e giudicare.
La prima, tradotta e curata da MEMRI, ci spiega come i fondamentalisti islamici stiano usando Internet contro di noi.
Nei forum islamisti possiamo costantemente verificare che i media occidentali vengono accuratamente monitorati per trarne conseguenze operative, in modo da rendere più efficaci le loro minacce. Facciamo alcuni esempi.
Lo scorso 3 novembre il forum www.mohajroon.com/vb ha segnalato che in una trasmissione televisiva di Spiegel era stato illustrato una innovativa tecnologia americana che avrebbe consentito ai militari di identificare dall’interno dei loro veicoli il nascondiglio dei cecchini attraverso un sistema di microfoni direzionali particolarmente sensibili. Il forum islamista consigliava pertanto di sparare solamente quando il rumore dello sparo avrebbe potuto essere coperto o confuso da rumori esterni.
Il 4 aprile 2007 il forum www.al-hesbah.org riferiva di una trasmissione internet in cui soldati americani raccontavano le loro esperienze in Iraq. Un loro convoglio aveva scoperto terroristi che preparavano un’imboscata e li aveva uccisi. I militari americani, diceva il partecipante al forum, usavano telecamere miniaturizzate collocate sulla punta dei loro missili, che potevano essere orientate dall’interno del veicolo e queste avevano consentito di vedere i mujaheddin nascosti dietro una siepe. Risultato: da allora aumentò la cautela nello scegliere i nascondigli, avendo cura che muri o siepi fossero sufficientemente alti da coprire chi preparava un agguato.
L’11 maggio 2007 il forum http://al-boraq.com riportava un articolo del Washington Examiner sulla collaborazione fra il controterrorismo americano ed alcuni governi arabi, in particolare l’Algeria.
L’11 marzo 2007 il Global Islamic Media Front lanciò un ultimatum alla Germania ed all’Austria chiedendo l’immediato ritiro delle loro truppe dall’Afghanistan, e da allora fu messo in atto un accurato monitoraggio dei loro media per valutarne le reazioni. Il giorno dopo il forum www.al-mohajroon .com già riferiva le prime reazioni ed il 22 marzo www.al-hesbah.org riferiva i risultati di una indagine condotta 5 giorni prima da www.spiegel.de in cui il 57% dei tedeschi si era espresso a favore del ritiro.
Un anno prima, il 4 febbraio 2006, i forum islamisti avevano segnalato una indagine che MSNBC stava conducendo on line raccogliendo le risposte alla domanda “I musulmani sono giustificati per aver organizzato in tutto il mondo proteste contro le vignette che dissacravano il Profeta Maometto?”, per invitare i loro lettori a rispondere affermativamente ed in questo modo falsare a loro favore i risultati (“per assistere i nostri fratelli in Europa ed aumentare la loro influenza” diceva l’invito).
La seconda notazione vuole solamente mettere in risalto il passo di un documento firmato (per ora) da 4.000 scienziati ed accademici non israeliani , tra i quali molti premi Nobel, per contrastare il boicottaggio contro Israele deciso due settimane fa dalla Britain’s University and College Union: “Noi tutti concordiamo sul fatto che separare gli israeliani per un boicottaggio accademico è un errore. Per dimostrare la nostra solidarietà con i nostri colleghi accademici israeliani in questo contesto noi sottoscritti dichiariamo che siamo accademici israeliani in riferimento a qualsiasi boicottaggio accademico. Noi considereremo noi stessi accademici israeliani e rifiuteremo di partecipare a qualsiasi attività dalla quale gli accademici israeliani siano esclusi...Criticare Israele non costituisce antisemitismo...ma separare Israele per sottoporlo a riprovazione e sanzioni internazionali oltre ogni proporzione rispetto a qualsiasi altro gruppo del Medio Oriente costituisce antisemitismo ed è anche disonesto”.
di Federico Steinhaus - www.informazionecorretta.it
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14 giugno 2007
Il C-27J di Alenia Aeronautica conquista gli Stati Uniti
Al team C-27J e` stato assegnato un contratto iniziale del valore di 2,04 miliardi di dollari per la fornitura di 78 velivoli da trasporto tattico C-27J. I piani delle Forze Armate statunitensi prevedono l'acquisizione di 145 velivoli di cui 75 destinati all'Esercito e 70 all'Aeronautica, con una previsione complessiva di 207 velivoli entro 10 anni, per un valore stimato di sei miliardi di dollari.
Il C-27J - offerto negli Stati Uniti dal Team C-27J, guidato da L-3 Integrated Systems con Alenia North America, Boeing Integrated Defense Systems e Global Military Aircraft Systems (GMAS, la societŕ posseduta al 51% da Alenia Aeronautica e al 49% da L-3) - e` stato preferito all'Eads-Casa C295, in quanto unico aereo della sua categoria in grado di rispondere al requisito operativo americano per il trasporto tattico.
Il Jca e` un programma congiunto dell'Esercito e dell'Aeronautica degli Stati Uniti per un velivolo da trasporto tattico. Il C-27J, equipaggiato con motori Rolls Royce AE2100, e` la risposta ideale a questo requisito in quanto si tratta di un velivolo multiruolo caratterizzato da alte prestazioni, capacita` di operazioni indipendenti, efficienza ed efficacia operativa.
Il C-27J, prodotto negli stabilimenti Alenia Aeronautica di Pomigliano, nei pressi di Napoli e di Torino-Caselle, e` stato ordinato finora in 32 esemplari, da parte delle aeronautiche italiana (12), greca (12 piů tre in opzione), bulgara (5) e lituana (3). E` stato inoltre selezionato dalla Romania per un totale di 7 esemplari. Il velivolo e` in gara anche nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Slovenia, ed e` in corso di valutazione anche in Australia, Canada e in alcuni paesi del Medio Oriente.
La scelta del C-27J si aggiunge ai recenti successi delle aziende Finmeccanica sul mercato statunitense. Tra questi gli elicotteri per la flotta del presidente degli Stati Uniti, l'affermazione della linea degli elicotteri civili di Agusta-Westland, prodotti presso lo stabilimento di Philadelphia, il programma dell'aereo commerciale Boeing 787 Dreamliner, di cui Alenia Aeronautica, insieme con il suo partner americano Vougth, realizza il 26% della struttura e il sistema di lettura targhe realizzato da Elsag. Le aziende Finmeccanica presenti negli Usa (Agusta-Westland, Oto Melara, Elsag, Selex Sistemi Integrati, Mbda, Thales Alenia Space, Telespazio, Ansaldo-Breda e Ansaldo Sts) impiegano un totale di circa 1.600 persone.
Il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, ha dichiarato: "Il successo del C-27J, ottenuto insieme a partner americani d'eccellenza quali L-3 e Boeing, dimostra come la scelta di puntare sugli Stati Uniti, il mercato con il budget per la difesa piů ampio al mondo, si sia rivelata vincente. La strategia di espansione internazionale di Finmeccanica, avviata nel 2002 e realizzata con un mix di acquisizioni e di crescita organica, si e` confermata la giusta soluzione per accrescere la nostra competitivitŕ e porre le basi per uno sviluppo duraturo nei prossimi anni. Dopo la commessa per lo US101, l'elicottero per il presidente degli Stati Uniti, l'affermazione del C-27J e` un riconoscimento all'eccellenza dei prodotti di Finmeccanica, un gruppo italiano capace di competere con risultati significativi sui mercati internazionali. Questo e` un successo di squadra, non solo per la partnership internazionale che ne e` alla base, ma anche per il contributo determinante del team di Finmeccanica e in particolare di Alenia Aeronautica - management, dirigenti, ingegneri, tecnici e operai - che gia` da molti anni lavorano a questo progetto".
"L'affermazione del C-27J" ha aggiunto il direttore generale di Finmeccanica e presidente di Alenia Aeronautica, Giorgio Zappa "frutto di una visione strategica sulla quale Alenia Aeronautica ha investito ingenti risorse e capacita` progettuali, testimonia il valore delle competenze aeronautiche di Finmeccanica, peraltro confermate anche dalla partecipazione ai programmi di Airbus e al B787. In uno scenario internazionale sempre piů complesso, il C-27J consentira` agli Stati Uniti e a tutti quei Paesi che lo hanno in dotazione, di soddisfare le nuove esigenze operative delle forze armate. Negli Usa il gruppo ha gia` ottenuto risultati importanti e conta su numerose opportunita` anche in altri settori con Agusta-Westland, con le aziende Selex, e poi Elsag, Oto Melara, Ansaldo-Breda e Ansaldo STS. Il successo di questa gara rinnova la sfida di Finmeccanica a misurarsi con le richieste di un cliente esigente come il Pentagono".
www.paginedidifesa.it
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13 giugno 2007
La salita all'ermo Colle
La salita all’ermo Colle. E’ deciso: Gianfranco Fini andrà al Quirinale insieme a Silvio Berlusconi e Umberto Bossi “non per chiedere, ma per esprimere il forte allarme per la situazione del paese. Il Governo rischia infatti di gettare discredito sulle istituzione, cresce l'ostilità verso la politica. Nel rispetto delle prerogative del capo dello Stato, andremo ad esprimere la nostra preoccupazione. Napolitano trarrà poi le sue conseguenze”. Aggiunge che è disdicevole che l’Udc di Casini abbia rifiutato di unirsi agli alleati: “è un elemento di riflessione per noi e per loro”.
Niente richiesta di elezioni a causa del voto delle amministrative, ma perché esiste un contesto politico quanto meno confuso che va avanti da mesi e del quale Napolitano non può non prenderne atto. Al Senato, inoltre, la sistematica dipendenza della maggioranza dal voto dei senatori a vita sta paralizzando i lavori dell’Assemblea. In effetti, questi sono argomenti di peso anche se il presidente Napolitano non sembra orientato, almeno finora, a prendere decisioni forti. Ieri ha inviato ai presidenti di Camera e Senato una lettera per chiedere che entro luglio si arrivi all'approvazione della riforma dell'ordinamento giudiziario, in tempo per la scadenza della sospensiva vigente sulla riforma Castelli. In occasione della manifestazione nazionale dei pensionati svoltasi in tutta Italia, ha inviato una lettera alle segreterie di Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uil-Uil, in cui esprime “apprezzamento” e per dire una cosa ovvia: che gli anziani “rappresentano un prezioso punto di riferimento per l'intera società e, grazie alla loro esperienza di vita e alla disponibilità del loro tempo, assolvono un ruolo insostituibile nella famiglia e nella società”. E ha detto che bisogna fare molto e presto per le condizioni di sfruttamento dei minori in Italia e in tutto il mondo.
Duro il leghista Calderoli, naturalmente a favore della “salita al Colle”, perché a suo parere c’è “un Parlamento ormai alla paralisi, che approva solo decreti legge e dove si assiste al mercimonio per ogni singolo voto e al costante utilizzo di senatori non eletti dai cittadini ma nominati”, c’è “un Governo che interviene per conquistare manu militari il controllo del consiglio d'amministrazione delle Rai” ma viene sconfessato due volte dal Tar, che rimuove, definendolo “negativo”, il generale Speciale ma poi lo propone alla Corte dei Conti con un provvedimento sul quale la stessa Corte “richiede spiegazioni per mancanza di motivazioni”.
Secondo Calderoli, inoltre, ci sono dietro l’angolo delle scadenze “su cui non c'é nessuna maggioranza”, ed elenca le pensioni, le grandi opere (riferendosi all’insoddisfazione di Di Pietro), una situazione internazionale “esplosiva nelle aree dove sono impegnati i nostri contingenti militari” ed una politica fiscale che “vedrà l'ultimo atto con la revisione degli studi di settore che metterà in ginocchio l'economia del Nord e di quella parte che traina il Paese”, e senza dimenticare Dpef e Finanziaria: “Il. Presidente della Repubblica dovrà valutare tutte queste cose e il fatto che, chiaramente, dietro l'angolo, c'é già il preannunciato rischio dell'esercizio provvisorio: ma prima di tutto questo, ritengo che la parola debba essere restituita al popolo, come ci ha chiesto il Paese con il suo voto in questo ultimo mese di votazioni”.
Ds in cerca di normalità. I Ds sotto attacco cercano di reagire con un basso profilo. La riunione della presidenza e del comitato esecutivo avrebbe deciso per ora di non intraprendere le vie legali sulla vicenda intercettazioni.
La linea è quella dell’operosità. Per questo i Ds ritengono che la definizione del Dpef debba essere l'occasione di uno scatto in avanti, con un rilancio dell'azione di governo.
In un estremo tentativo di salvare la maggioranza, i Ds propongono anche che l’Unione nel suo insieme proponga “una nuova legge elettorale, riforme del sistema parlamentare e riforme della politica e dei suoi costi”.
Presenti alla riunione: il segretario Ds Piero Fassino, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, il sindaco di Roma Walter Veltroni, il presidente della regione Campania Antonio Bassolino, i senatori Nicola Latorre e Massimo Brutti, e i deputati Marina Sereni e Vittoria Franco.
Uscendo dalla riunione, Latorre che come gli altri non ha rilasciato dichiarazioni, ha avuto almeno una battuta: “Non parlo, parlo solo per telefono”. La apprezziamo veramente.
Amato è perplesso. Non smette di esternare il ministro dell’Interno, Giuliano Amato. Da Lussemburgo, riferendosi alla pubblicazione delle intercettazioni, ha detto che “è evidente che tutto questo mi lascia perplesso, ed uso una parola tenue. In passato ne ho usate di forti per esprimermi su questa follia tutta italiana: qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esce. Quale che sia la sua rilevanza. E' chiaro che il sistema non funziona. Non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba, non abbiamo trovato ancora il modo di affrontare il problema”.
Sulla questione delle intercettazioni è intervenuto il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, per dire che l’approvazione della riforma dell' ordinamento giudiziario é l' impegno prioritario del Governo. “Poi si può aggiungere la discussione sul problema delle intercettazioni telefoniche”.
Il Garante per
Con una lavata di mani finale alla Ponzio Pilato: “Purtroppo ancora una volta dobbiamo constatare che l'ordinamento italiano non riesce a superare questa incoerenza: da un lato c'é la normativa a tutela dei dati personali delle persone coinvolte ma se gli atti sono depositati in cancelleria questi dati, se non secretati, sono conoscibili; dall'altro c'é una norma costituzionale che afferma l'immunità dei parlamentari con tanto di necessità di autorizzazione a procedere che deve essere concessa dalla camera di competenza” e l’auto-giustificazione personale: “Come cittadino, non si può non rimanere colpiti dall' uso che viene fatto di queste intercettazione che riguardano profili che dovrebbero interrogare a fondo tutti noi”.
di Alessandro Corneli - www.grrg.it
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12 giugno 2007
Punto Quotidiano: Le regolette della politica piccola piccola.
I numeri e il loro significato. Il voto di ballottaggio delle elezioni amministrative è stato, per il centrosinistra, meno disastroso di quello del primo turno, e questo gli basterà per dire che la spallata non c’è stata e Berlusconi non ha sfondato.
Fuori dai discorsi elettorali, si sapeva che – a meno di un risultato davvero sconvolgente – gli effetti del voto delle amministrative non sarebbe stato decisivo per le sorti del Governo, che continuano a dipendere dai contrasti nella maggioranza che lo sostiene.
Che Berlusconi salga o non salga al Quirinale ormai conta poco: la sua eventuale salita è stata svuotata di significato politico dai numeri. Ha avuto ragione la prudenza di Fini. Ma bisogna considerare che in politica non c’è il vuoto: se Berlusconi occupa la casella della linea dura e dell’intransigenza, Fini occupa la casella morbida della prudenza, e così via per Casini e gli altri. D’altra parte Berlusconi non poteva restare alla finestra. Vedremo adesso se tornerà sull’ipotesi di un governo a termine. Comunque l’impegno che ha profuso in questa campagna, e gli indubbi risultati soprattutto al Nord, costituiscono dei risultati positivi per lui e per Forza Italia, di cui non solo i suoi alleati dovranno tenere conto, ma che costituiscono un problema sempre più grosso per la sinistra: senza il controllo del Sud, le elezioni si perdono; senza il controllo del Nord, le elezioni non si vincono.
Intanto è cominciata la nuova puntata della saga delle intercettazioni, imbarazzante soprattutto per D’Alema e Fassino, e quindi per i Ds, dei quali alcuni stralci delle conversazioni sono già diventati di pubblico dominio.
A dare colore alla giornata politica sono arrivate le dimissioni da senatore di Gustavo Selva (An) che sabato scorso, fingendosi malato, aveva chiesto l’intervento di un’ambulanza per farsi trasportare nella sede de La7 per partecipare a un dibattito politico.
Una lunga carriera di onest’uomo, chiaramente schierato, finisce così per scivolare su una buccia di banana proprio nel momento in cui è forte la polemica contro i costi, i privilegi e le furberie della politica. In altri tempi si sarebbe dato poco peso alla vicenda. Adesso, nella povertà generale di idee, questo fatto assume rilevanza. Che comunque non può essere assolto.
Ben più grave è la pretesa della politica di impedire per via legislativa la divulgazione dei testi delle intercettazioni – chiunque colpiscano. Perché non c’è l’argomento della tutela dell’interesse nazionale. Qui sono coinvolti i partiti, cioè i soggetti che sono votati dai cittadini. Se ai cittadini si preclude di sapere che cosa fanno i vertici dei partiti, il gioco democratico è falsato.
Soprattutto, poiché certe cose comunque si vengono a sapere, in un giro ristretto di privilegiati le informazioni diventano armi pericolose, armi di ricatto, falsando ancora di più il gioco della politica.
Fuori i nomi! Prima (ma non è la prima volta) ci si è messa
Amato, irriducibile e/o patetico. Al sentire odore di Palazzo Chigi, Giuliano Amato è uscito dalla tana e in un’inntervista al Corriere della Sera ha lanciato una assai poco originale ricetta: i due Poli dovrebbero mettersi d’accordo su quattro temi: fisco, sicurezza, immigrazione e grandi opere.
Notare l’originalità dlel’approccio: al Nord, fisco e sicurezza, secondo Amato, “con lo scontro ideologico, o con una discussione pragmatica sui dati di fatto. Gli studi di settore possono essere vissuti come parte della rissa, oppure così come sono fonti di presunzioni che il contribuente ha tutto il diritto di rovesciare in quanto abbia gli elementi per rovesciarle. Lo stesso vale per la sicurezza”. A proposito della quale, annunzia: “La prossima settimana darò dati robustissimi sulla situazione, costruiti in campo lungo, sulle tendenze di lungo periodo, includendo per la prima volta anche i 'reati oscuri', che non vengono denunciati, ma di cui le indagini Istat e altre ricerche segnalano la presenza. I dati indicano un consistente aumento dei reati predatori, e la forte presenza al Nord di reati commessi da clandestini e irregolari, in particolare di alcune nazionalità”.
Ma dov’è la novità? I dati sono dati, non sono né deboli né fortissimi. E poi bella la trovata dei “reati oscuri”, che implicano anche i “delinquenti oscuri”.
Aria fritta nello stesso olio.
Ma amato aveva un altro obiettivo: riproporsi come candidato a Palazzo Chigi alla guida di un governo che abbia il sostegno di parte dei due Poli. Perché ha sempre due idee fisse: Palazzo Chigi e il Quirinale. Ad altro non si sente portato. Se accetta posti inferiori, è per mantenere visibilità. Di dargli la leadership del Partito democratico non se ne parla.
Ma proprio sul Partito democratico Amato è un po’ impastato, considerando la scelta di un segretario una soluzione “assolutamente ragionevole”. Quindi spiega: “C’è un leader, eletto con le primarie, che è il capo del governo e della coalizione e il segretario del maggior partito della coalizione sarà eletto da un'assemblea, e avrà quindi un ruolo e una investitura diverse. Quando si tratterà di eleggere poi il nuovo leader della coalizione, si vedrà”.
Non manca una dichiarazione di lealtà verso Prodi dall’uomo che ne mancò di fronte a Craxi: “Io sono con Prodi. Entrambi siamo alla nostra ultima esperienza politica. A questo aggiungo: non esageriamo. Capisco che l'Italia sia troppo gerontocratica ma sta nascendo una forma di populismo giovanilista che un poco mi preoccupa. Gettare vie le persone in quanto vecchie è un modo eccessivo di affrontare un problema reale”.
Ovvero: sono ancora buono per fare il presidente del Consiglio.
E’ un irriducibile, ma è anche patetico. Per l’una e l’altra ragione fa un po’ tenerezza.
Ha commentato Isabella Bertolini, di forza Italia: “Amato alza bandiera bianca. La sua è una resa senza condizioni all'opposizione, certifica che il Governo non governa e invoca l'intesa tra i poli su 4 punti. Impossibile. Noi vogliamo meno tasse, non soffocare imprese e cittadini, come ha fatto Visco, noi vogliamo rigore con i clandestini e non l'apertura selvaggia delle nostre frontiere, come prevede il disegno di legge Amato-Ferrero. Noi vogliamo costruire le infrastrutture necessarie per il Paese e non bloccare opere strategiche come
D’Alema nervoso e contraddittorio. Pochi giorni fa aveva giustificato il diritto di manifestare nelle piazze contro le politiche indesiderate anda da parte di forze che sostengono il Governo e fa quelle politiche. Ieri ha detto basta al partito – qualsiasi partito – di lotta e di governo. La formula, che andava bene al vecchio Pci, “non è e non può più essere attuale”. Che sia questa la tanto attesa autocritica?
No: D’Alema ce l’ha con la sinistra radicale la cui manifestazione anti-Bush è fallita sabato scorso. Ma se fosse riuscita, che cosa avrebbe detto il pragmatico D’Alema?
Con la solita supponenza, D’Alema ha detto: “Il vero evento di questo fine settimana è stato il fallimento del corteo della sinistra radicale. Io l'avevo detto: se avete delle critiche da muovere a Bush c'è già un governo che se ne assume la responsabilità e che gliele esprime apertamente. A cosa serve l'inutile ricorso alla piazza? Io spero che Rifondazione, il Pdci, i Verdi, traggano il giusto insegnamento da quello che è accaduto. Loro si devono rendere conto che il giochino che chi sta al governo poi va anche a fare i cortei per la strada non funziona più”.
Poi si spende (maliziosamente) per Prodi dicendo che il rapporto del premier con il presidente americano “è simpatetico. Il presidente americano ha una simpatia umana per Romano, e anche Bush umanamente è una persona simpatica, non è vero che usi toni arroganti”. Solo simpatia umana? Nessuna affinità politica?
D’Alema, facci sognare! E’ iniziata subito la fuga delle conversazioni telefoniche che la sinistra avrebbe voluto bloccare. L’agenzia Ansa, nel sito on line accessibile ha tutti, ha riportato il testo di una telefonata tra Massimo D’Alema e Giovanni consorte, allora presidente di Unipol, risalente al 7 luglio 2005, avente per oggetto la scalata Bnl. Ecco quelle che sarebbero state le battute:
- D'Alema: Va bene. Vai avanti, vai!
- Consorte: Massimo, noi ce la mettiamo tutta.
- D'Alema: Facci sognare. Vai!
- Consorte: Anche perché se ce la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di storia, Massimo. Perché
- D'Alema: E si chiama del Lavoro, quindi possiamo dimenticare?
- Consorte: Esatto. E' da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni.
- D'Alema: Va bene, vai!
Il 5 luglio, un estratto della conversazione tra Piero Fassino e Consorte:
- Fassino: Gli... gli altri cosa fa? Perché mi ha chiamato Abete.
- Consorte: Sì
- Fassino: Chiedendomi di vederci, non mi ha spiegato, cioè voglio parlarti, parlarti a voce, a voce, viene tra un po’.
- Consorte: Uhm.
- Fassino: Su quel fronte lì cosa succede?
- Consorte: Mah, guarda, su quel fronte lì... eh noi con… però tu... ma questa... eh... non gliela devi dire a lui...
- Fassino: Ma io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio.
- Consorte: No, no, no. No, no. Ti sto infatti...
- Fassino: Sto abbottonatissimo.
- Consorte: Eh. No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo.
- Fassino: Ecco meglio così. Dimmi tu.
Più avanti:
- Consorte: Noi, sostanzialmente con gli spagnoli un accordo l'abbiamo raggiunto.
- Fassino: Sì.
- Consorte: Anzi, non sostanzialmente ma di fatto proprio, concreto. Uhm! Naturalmente ci siamo riservati di sentire i nostri organi…:
- Fassino: Ma sarebbe un accordo che si configurerebbe come?
- Consorte: L'accordo si configura che noi aderiamo alla loro ops...
- Fassino: Eh.
- Consorte: Loro ci danno il controllo di Bnl Vita.
Più avanti::
- Fassino: Vi passano a voi le quote di Bnl Vita?
- Consorte: Sì.
Più avanti:
- Consorte: Sì, sì e soprattutto ci danno tutti gli assets, quindi otto miliardi di euro che Bnl Vita gestisce, cioè tutta l'azienda proprio, praticamente no? Poi ci danno un altro oggetto...
- Fassino: Ehm.
- Consorte: Che però non si può dire oggi.
Più avanti:
- Consorte: E poi d'altra parte il vero problema è che noi non riusciamo a chiudere l'accordo con Caltagirone, questo è il problema vero.
- Fassino: Qual è il problema?
- Consorte: Fa richieste assurde.
Sembrano “pizzini”. Uno spaccato dei rapporti “alti” tra politica e banche in Italia. Sarà così anche altrove?
Vittoria della destra in Francia. Il primo turno ha confermato e ampliato la vittoria di Sarkozy: il partito di cui è espressione, l’Ump, on alleati, ha già conquistato 109 dei 110 seggi attribuiti a candidati che hanno ottenuto la maggioranza assoluta nel collegio; il seggio restante è stato vinto dai socialisti.
Domenica prossima si svolgerà il secondo turno per attribuire i restanti 467 seggi. Le previsioni dicono che l’Ump e alleati potranno alla fine contare su una maggioranza tra i 383 ed i 470 seggi. Alla sinistra andrebbero dai 60 ai 185 seggi.
Raccogliendo il 39,54% dei voti il partito di Nicolas Sarkozy ha largamente distanziato il Partito socialista ( 24,73%) e soprattutto il neo partito centrista di François Bayrou, il Mouvement Démocratique, che si è fermato al 7,76% contro il 18% che il suo leader aveva ottenuto al primo turno delle presidenziali.
L’estrema destra del Fronte nazionale è crollata al 4,7% e il Partito comunista si è fermato al
Dunque
Anche in Belgio le cose sono andate male per i socialisti, specie nella loro roccaforte della Vallonia, superati dai liberali. Il migliore risultato è stato ottenuto da cristiano-democratici fiamminghi, il cui leader, Yves Laterne, sarà probabilmente il nuovo primo ministro.
di Alessandro Corneli - www.grrg.it
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11 giugno 2007
E con i ballottaggi e` filotto.
Dopo questo serrato susseguirsi di liscia e bussa i sinistri dovranno affrontare il toro per le corna: ammettere che oramai sopravvivono a loro stessi e che la maggioranza degli italiani non e` con loro. Quando le forze ti sorreggono puoi tirare a campare anche avendo in seno cancro, peste e vaiolo, ma prima o poi la metastasi avra` il sopravvento. Questo governo oramai e` morto e il puzzo che emana e` tremendo: E` ora di dargli una dignitosa sepoltura.
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Juventus-Spezia 2-3: calcio pulito?
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Punto Quotidiano: Resta alta la pressione sul Governo.
L’attesa. Si aspetta con una certa ansia l’esito del ballottaggio delle amministrative, anche se gli elettori si sono ridotti a circa due milioni e l’affluenza non è stata ieri particolarmente alta.
Berlusconi ha messo le mani avanti: scontando una sufficiente conferma del successo del centrodestra, ha annunziato che salirà al Quirinale, ma “se poi qualcuno si mette fuori dal blocco liberale, sono fatti suoi”. Il riferimento è a Casini ma soprattutto a Fini che sembra dubbioso in quanto fa notare che, fino a prova contraria, “Prodi ha la maggioranza” per cui sollevare con Napolitano “l’emergenza democratica del Paese” rischia di tradursi, per il leader di Fi, in una lezioncina di democrazia impartita dal Capo dello Stato.
L’unico argomento di una certa consistenza non è infatti né l’esito delle amministrative né i sondaggi che sono favorevoli al centrodestra. E’ invece proprio la quasi paralisi del Parlamento, condizionato da un Governo che non fa scelte e non prende decisioni. Ma è un argomento piuttosto sofisticato, che non fa presa sulla gente, e Berlusconi preferisce non andare troppo per il sottile: “Al voto!”.
Affermando che “se poi qualcuno si mette fuori dal blocco liberale sono fatti suoi”, Berlusconi respinge l’ipotesi del governissimo e forse chiude la finestra che aveva aperto sull’ipotesi di un altro governo della sola sinistra: “Se vogliono fare un governo senza Prodi perché Prodi porta sul baratro, sono liberi di fare quello che vogliono. Io dico no ad un governo con la nostra partecipazione perché è giusto che vadano fino in fondo. Noi chiediamo di andare al voto subito”. Il leader di Fi sembra convinto che a breve ci sarà l’implosione del governo Prodi senza che sia stato aperto nel frattempo un paracadute: ciò che costringerebbe Napolitano a sciogliere le Camere. Infatti il solo soccorso di Casini non basterebbe a sostituire l’eventuale defezione dell’ala sinistra dell’Unione, tanto più che Mastella e Di Pietro stanno con un piede fuori.
Casini ritiene che Prodi debba cadere in Parlamento e vuole portare Fini sulle sue posizioni. Per questo Berlusconi ha pronunziato un aut-aut: per snidare Fini, che non vuole però mettere rischio la cooptazione definitiva di An tra i partiti democratici. Fini replica toccando il punto debole: Più che discutere sull'opportunità di andare o meno al Quirinale, nella CdL si deve individuare con chiarezza l'oggetto dell'eventuale conversazione con il capo dello Stato”. E ricorda che
Resta la pressione sul Governo. Lo sa anche Berlusconi e per questo i suoi non allentano la presa sul Governo da due direzioni: il caso Visco-Speciale e le manifestazioni anti-Bush.
Renato Schifani (Fi) ha chiesto che sia trasmesso alla Procura di Roma lo stenografico del discorso di Padoa-Schioppa al Senato sul caso Visco. Il capogruppo dei senatori di Forza Italia ha avanzato la richiesta al presidente del Senato, Franco Marini. La richiesta è stata motivata da Schifani con le accuse che il ministro Padoa-Schioppa ha rivolto al generale Speciale. Il capogruppo di Fi elenca quindi i reati che sarebbero stati denunciati dal ministro dell'Economia.
Parallelamente, Roberto Calderoli (Lega) chiede che sia il Senato a chiarire se per la maggioranza “hanno ragione Ferrero e Diliberto”, secondo i quali Bush è “un guerrafondaio” e le sue mani “grondano sangue”, o se ha ragione Prodi che “quelle mani ha stretto”, comportandosi da “suddito” del presidente americano.
Secondo il senatore leghista, il Parlamento deve fare chiarezza se, “per come si è atteggiato Prodi, noi siamo sudditi e non alleati degli americani o se, come hanno dimostrato centri sociali, no global e via dicendo, noi siamo i peggiori nemici di Bush”. Aggiunge: “Una mozione è pronta e vedremo in Senato se la maggioranza sosterrà la posizione delle forze della sinistra scese in piazza a contestare Bush o se viceversa la sinistra sosterrà Prodi che si è comportato da suddito di Bush”. Poi cesella: “E’ incredibile che Bush, il presidente simbolo dell'Occidente, venga contestato e non possa nemmeno circolare nelle strade in Italia e che invece venga accolto in trionfo in Albania, proprio uno degli ultimi Paesi che ha rigettato il socialismo reale: anche il Paese delle aquile ha capito dove sta la democrazia, mentre solo a casa nostra continuano a restare al Governo partiti che si fregiano dei simboli della falce e martello”.
Si aggiunge il Codacons, intenzionato a presentare oggi un esposto alla Procura di Roma, in relazione all'intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera, nella quale una senatrice del partito SVP, ammetterebbe uno 'scambio' con il Governo per il voto al Senato sul caso Visco-Gdf.: “Chiederemo alla Procura di accertare i fatti e valutare la sussistenza di fattispecie penalmente rilevanti, come estorsione o violenza ad organo collegiale, in merito ai provvedimenti in Finanziaria che sembrano essere stati ottenuti dal partito in questione in cambio del sostegno sulla vicenda Visco”.
Mentre continua a sollevare qualche dubbio sulla vicenda Visco-Speciale, Antonio Di Pietro è intervenuto anche sulla visita di Bush a Roma, chiedendo il pugno di ferro (la galera) contro i manifestanti che hanno commesso reati: “Un giorno di dignità nazionale in cui il governo ha saputo affrontare la piazza e la visita di George Bush ricevendolo con gli onori che si devono ad un alleato e ribadendo l'impegno dell'Italia per una soluzione di pace per i conflitti nel mondo. Un grazie di cuore alle Forze dell'Ordine che hanno garantito la sicurezza, messa a rischio da un gruppo di facinorosi che si sono dati ai soliti atti violenti. Persone che, in nome dell'antiamericanismo, sono ricorsi a danneggiamenti, insulti e offese alle Forze dell'Ordine. Gruppi contro i quali noi ribadiamo la tolleranza zero e ci auguriamo che tutti coloro che sono stati filmati mentre commettevano le loro azioni vengano assicurati alla giustizia nel senso più classico del termine cioè, messi in galera”.
Parole che non possono piacere all’ala sinistra dell’Unione e imbarazzano Prodi.
Possibili riflessi (negativi) anche sul futuro Partito democratico, che ogni giorno che passa sembra indebolirsi. Ci ha pensato il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, a stuzzicare l’ala sinistra dell’Unione, dicendo che la scarsa partecipazione alla manifestazione di Roma a piazza del Popolo, sabato scorso, contro la visita di George Bush è un bene perché rende “sempre più evidente che Giordano, Diliberto & company sono dei conservatori, forze del passato remoto, residui di ideologia. Con l'innovazione non hanno nulla a che spartire. Ecco perché non li segue più nessuno”.
L'alleanza tra l'Ulivo – che tende a trasformarsi in Partito democratico – e le formazioni più radicali della coalizione è, secondo Cacciari, una situazione limitata a questa legislatura e non è destinata a durare: “Nella prossima, mi auguro che il nodo venga sciolto una volta per tutte. Il Partito democratico deve smetterla di andargli sempre dietro, fanno zavorra”.
Cacciari aggiunge che la sinistra radicale non merita neanche di essere chiamata così, resiste ancora “aggirandosi fra i cascami dell'ideologia”, ma soprattutto grazie “alle cappellate altrui. Del Pd in primo luogo”. Così il Governo “è sempre ostaggio di qualcuno. Se non è Mastella è Di Pietro, se no c'è Diliberto, ecco Giordano e il balletto ricomincia da capo. Prodi è meno leader. Ormai siamo in zona Cesarini. Dobbiamo giocare tutti all'attacco. E' l'unica speranza di riuscire a fare un gol prima che l'arbitro fischi la fine della partita”.
di Alessandro Corneli - www.grrg.it
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Bagnasco minacciato di morte
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10 giugno 2007
Olmert apre alla Siria: Golan in cambio di pace
«So che un accordo di pace con la Siria mi obbliga a restituire le alture del Golan alla sovranità siriana, ma io, in quest’eventuale accordo, desidero fare la mia parte nell’esclusivo interesse della pace fra noi». Sarebbero queste secondo Yediot Ahronot, non smentito da alcun portavoce del governo, le testuali parole del segretissimo invito al negoziato fatto arrivare a Damasco qualche settimana fa. Un invito preceduto, il 26 aprile, da un via libera dello stesso presidente George W. Bush e seguito dalle clausole per l’accordo. «Vorrei sapere – chiede Olmert fissando quelle condizioni - se, in cambio di un ritiro israeliano dalle alture del Golan, la Siria sia disposta a fare la propria parte sciogliendo gradualmente la propria alleanza con Iran, Hezbollah e organizzazioni terroristiche palestinesi e mettendo fine a qualsiasi finanziamento e incoraggiamento al terrorismo».
Bashar Assad e la sua corte non hanno, fino ad ora, consegnato agli intermediari una risposta formale. «Siamo interessati a rinnovare i negoziati per la pace e interessati a lavorare per la pace – dichiarava non più tardi di giovedì un portavoce di Damasco - ma per ora non ci sembra possibile sperare in grandi cambiamenti». Altre dichiarazioni, provenienti da ambienti diplomatici di Damasco, fanno intendere che Olmert non sia, dato lo scarso consenso goduto sul fronte interno, un partner molto affidabile. Prima di dialogare con i siriani, Olmert deve fare i conti con le conseguenze di quanti, dopo quelle rivelazioni, lo accusano di preparare «la svendita del Golan». Per qualcuno, però, quelle rivelazioni sono state pilotate dallo stesso premier per mettere fine a tutte le indiscrezioni sulla trattativa. Secondo i sostenitori di questa tesi, Olmert può ora giocare a carte scoperte e tentare l’ultima disperata mano della sua partita. Se fallirà anche stavolta non avrà altre possibilità. Potrà solo attendere il rapporto finale della commissione d’inchiesta sulla guerra a Hezbollah e presentare le scontate dimissioni. Ma se il destino gli regalasse la scala reale della «pax siriana» tutti i giochi si riaprirebbero. E Olmert potrebbe presentarsi come l’emissario di pace dell’America del dopo Bush, quella disperatamente interessata a una Siria non più alleata dell’Iran e non più disposta ad appoggiare gli insorti iracheni. Ma prima di quei se, prima di quei castelli di carta già franati nel 2000 sulla testa di Ehud Barak, l’Ehud del 2007 deve fare i conti con l’opposizione di destra e con un’opinione pubblica abituata, dopo l’“assimilazione” del 1981, a considerare il Golan casa propria. Deve incassare i colpi di chi lo accusa di svendere l’altopiano più strategico del Medio Oriente in cambio della propria sopravvivenza politica. Ad aprire il tiro a bersaglio dell’estrema destra ci pensa Zevulun Orlev. «Il Golan non sarà svenduto come Gush Katif», promette il capo del partito nazionale religioso paragonando i villaggi del nord abitati da 18mila coloni agli insediamenti di Gaza. E neppure l’opinione pubblica sembra in linea con il premier. Solo il dieci per cento degli israeliani, secondo un sondaggio del quotidiano Maariv , è disposto ad accettare un totale abbandono delle strategiche alture, mentre il 74 per cento è convinto che Assad non sia un partner affidabile.
di Gian Micalessin - Il Giornale
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